Perché lo stato deve una spiegazione sulla morte di Stefano Cucchi

Se un ragazzo entra in carcere con le sue gambe e ne esce morto dopo sei giorni, lo stato deve spiegare. Questo è forse il massimo che un parente emotivamente provato possa chiedere a qualche ora dalla scomparsa di un suo caro, e allo stesso tempo il minimo che i cittadini di un paese democratico devono pretendere. Spiegazioni e assunzione di responsabilità: è quanto esige la scarna cronaca degli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, 31 anni, deceduto nella notte tra il 22 e il 23 ottobre all’ospedale Pertini di Roma. Leggi l'Andrea's version di oggi - Leggi Piccola Posta
30 OTT 09
Ultimo aggiornamento: 01:49 | 24 AGO 20
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Torniamo al 15 ottobre. Stefano, dopo essere stato fermato, è accompagnato a casa; qui, di fronte ai genitori, i carabinieri perquisiscono la sua stanza. Poi lo portano in caserma. La mattina dopo, all’udienza per direttissima, il padre nota per la prima volta tumefazioni agli occhi e al volto del figlio. E non deve essere l’unico a notarle se, secondo le ricostruzioni, è lo stesso pm a chiedere che sia eseguita una visita medica. All’entrata del carcere di Regina Coeli, altro controllo: “Come le foto segnaletiche, è richiesto dalla legge all’entrata di ogni penitenziario – spiega Manconi – e il referto contiene gli stessi rilievi medici riscontrati in tribunale”. Alcuni “dolori alla schiena”, pare, spingono i responsabili a far trasferire Cucchi all’ospedale Fatebenefratelli. Altra visita, altro bollettino: echimosi alle palpebre e fratture delle vertebre. Ma Stefano firma per uscire e viene riportato a Regina Coeli. In carcere. Non ci starà molto perché poi viene trasferito ancora al Pertini, ospedale attrezzato con un reparto ad hoc per detenuti. “In sette giorni, Cucchi viene a contatto con quattro differenti strutture – ricapitola Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto – la caserma, il tribunale, il carcere e il reparto detentivo di un ospedale. Posti diversi, ma sotto un’unica responsabilità: quella di chi detiene nella sua potestà il corpo, prima vivo, di Stefano Cucchi”.
Nel frattempo, spostamenti a parte, accadono alcune cose: Cucchi, già esile, perde sette chili in altrettanti giorni e scende a 35 chili di peso; poi ci sono il volto tumefatto e la schiena gravemente segnata, come testimoniano le foto rese pubbliche ieri; ci sono infine la negazione del diritto del fermato di ricorrere all’avvocato di fiducia, come anche l’impedimento per i genitori di vedere il proprio figlio, conoscere le sue condizioni di salute e persino di parlare con i sanitari. “Come per recenti casi, quali quello di Federico Aldrovandi e Aldo Bianzino, al centro della questione – secondo Manconi – c’è l’opacità delle strutture statali. La vigilanza non deve mai deflettere, e sollevare pubblicamente tali questioni è il risultato più importante che nell’immediato abbiamo raggiunto con il sostegno di parlamentari di entrambi gli schieramenti”.
Ieri al Senato a parlare del caso c’erano, tra gli altri, Giulia Bongiorno, Renato Farina, Gaetano Pecorella e Flavia Perina per il Pdl; Emma Bonino e Rita Bernardini (Radicali), Felice Casson e Gianrico Carofiglio per il Pd. “Spero che avremo energie a sufficienza per costituire un comitato che chieda la verità”, conclude Manconi. Intanto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha prima riferito di una “caduta accidentale”, poi assicurato l’avvio di accertamenti. Spiegazioni e assunzioni di responsabilità da parte delle istituzioni, appunto. E per il futuro? “Trasparenza e legalità, innanzitutto – dice al Foglio la deputata radicale Rita Bernardini – perciò abbiamo chiesto al governo un’indagine conoscitiva nelle carceri, da allargare alle strutture detentive nelle caserme. C’è poi una proposta di legge per istituire un garante nazionale per le persone private della libertà”.
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